MOROSINI: RIPARTIAMO CON PIKETTY, VERSO I NUOVI TRENTA GLORIOSI

, Dal mondo

Come spunto di riflessione riportiamo integralmente l’intervista di Stefano Golfari a Marco Morosini pubblicato su gli statigenerali.com il 10/06/2020

Brasile, USA, Regno Unito, Lombardia… In questa pandemia le incarnazioni del neoliberismo si rivelano un pericolo per la salute pubblica. Il coronavirus sta ferendo a morte l’ideologia dominante secondo la quale “il mercato deve dirigere tutto”.

Ora, la crisi economica senza paragoni storici che stiamo vivendo ci risveglia al dovere di cambiare cammino, e più  urgentemente reclama un nuovo ruolo per lo Stato. E’ il momento di una scelta coraggiosa per riprendere, con Thomas Piketty, la strada del benessere per tutti. Invece di quella dell’opulenza per pochi.

Per “ripartire” col piede giusto dobbiamo ispirarci ai trenta anni migliori della nostra storia, quelli dal 1945 al 1975. I Trenta gloriosi, come li chiamano i francesi. Fu allora che in Europa costruimmo lo stato sociale, quello che ci fa unici al mondo e che ora ci sta evitando il peggio. Ai Trenta gloriosi seguirono però i Trenta vergognosi, da metà degli anni ’70. Da allora tanti politici si infatuarono di teorie neoliberiste e cominciarono a smantellare ciò che i nostri genitori avevano costruito. Per stato di calamità virale, ora serve un prelievo fiscale straordinario. Per stato di calamità  sociale, però, dobbiamo ristrutturare e perennizzare questo prelievo con una riforma fiscale social-ecologica. Il suo scopo è duplice: redistribuire la ricchezza e ridurre i danni che facciamo alla natura. Occorre tassare meno chi guadagna poco e inquina poco, e tassare di più chi, al contrario, troppo guadagna e troppo inquina. Il maggior prelievo fiscale dal terzo più benestante della popolazione  compenserà i due terzi meno benestanti, i quali negli ultimi decenni hanno visto aumentare il loro carico fiscale e perdere potere d’acquisto. La classe media deve capire che può salvarsi solo insieme alle classi popolari. Non insieme ai ricchi tra i ricchi.  É quanto ha dimostrato analiticamente Thomas Piketty, prima nel suo Il capitale del XXI secolo e ora ancora più compiutamente in Capitale e ideologia, con argomentazioni che devono essere tenute in massima considerazione dal governo italiano e dai governi europei.

Nelle righe precedenti ho riassunto il focus della proposta che Marco Morosini mette a tema nella lunga intervista che di seguito leggerete. Morosini ha una personalità intellettuale poliedrica e interessante: è stato “uno dei tre padri fondatori” del Movimento Cinque Stelle (come ha scritto il Fatto quotidiano).  La sua amicizia e il lavoro con Beppe Grillo iniziarono nel 1992 e fu Morosini che inventò e scrisse quei format televisivi e teatrali che portarono il comico genovese a diventare un leader politico, anche se la vicenda politica a 5 Stelle è stata recentemente da lui stesso ripercorsa in senso critico nel saggio SNATURATI Il focus del personaggio sta, più ampiamente, nella profonda cultura social-ecologica europea che la biografia di Morosini riassume in sé: milanese e zurighese, Marco Morosini vive dal 1989 a nord delle Alpi e ha editato con Wolfgang Sachs il best-seller del Wuppertal Institut FUTURO SOSTENIBILE (2011). Dal 2001 è al Politecnico federale di Zurigo (ETH), dove insegna politiche ambientali. Al dunque: dopo che un microbo è divenuto imperatore di questo marcio mondo, ci interessa capire ora cosa Marco Morosini pre-vede da quelle sue fondamenta green che hanno attraversato la fase più “rivoluzionaria” della recente politica italiana. Quando lo incontriamo la nostra curiosità è subito presa in contropiede: la prima avvertenza è guardare nel passato, prima che nel futuro. Occorre ripartire, dice, sì… ma da 75 anni fa. Ecco l’intervista:

S.G. 1945, dunque. Ci riporti alla fine della seconda guerra mondiale. Ma perché?

M. M. Perché si stava meglio quando si stava meglio. Nei tre decenni dopo la guerra. I Trenta gloriosi, come lì definì l’economista francese Jean Fourastié. Nel Regno Unito furono gli anni descritti in The Spirit of ’45 (2013), l’attualissimo film-documentario con cui Ken Loach ha descritto le rivoluzionarie riforme sociali e lo spirito di solidarietà nella Gran Bretagna del dopoguerra. In Germania furono gli anni del Wohlstand für alle (benessere per tutti) del cancelliere Ludwig Erhard, del Wirtschaftswunder (miracolo economico) e della soziale Marktwirtschaft (economia sociale di mercato) dell’economista pragmatico-visionario Oswald von Nell-Breuning. E’ in quel trentennio che costruimmo lo stato sociale, ossia ciò che oggi fa dell’Europa il miglior luogo dove nascere e vivere. È lo stato sociale che ora ci evita il peggio. Durante i Trenta gloriosi il bene privato fu in parte subordinato al bene comune. I partiti, i sindacati, altre organizzazioni civili e lo Stato furono gli agenti principali del cambiamento. Alle innovazioni dei Trenta gloriosi, però, seguirono decenni di regresso sociale. Propongo di chiamarli i Trenta vergognosi. Dagli anni ’80 la maggioranza dei politici, anche socialdemocratici, abbracciarono le teorie socio-economiche che predicano Stato snello, privatizzazioni, liberalizzazioni, bassi salari, de-sindacalizzazione, precarietà, supremazia dei mercati, anarchia finanziaria, globalizzazione, a-moralità, individualismo  – in una parola: il neoliberismo. Questi principi hanno minato la civiltà costruita dai nostri nonni e genitori. Ma ecco che un piccolo virus squarcia la coperta che nascondeva il degrado neoliberista e ci mostra quanto sia prezioso un sistema sanitario e uno Stato sociale che, pur zoppicanti, ci evitano il peggio. Ecco che ci scopriamo vittime fragili di due pandemie, quella virale e quella ideologica. Per far fronte all’attuale calamità virale serve ora uno sgravio fiscale  sui redditi più bassi e un prelievo fiscale straordinario sui redditi e sui patrimoni più alti. Per far fronte alla calamità economica, ecologica e sociale generata dal neoliberismo, dobbiamo però articolare e perennizzare il prelievo “straordinario”, perché straordinarie sono, da decenni, le devastazioni ecologiche e le diseguaglianze. Non dobbiamo dare una spruzzatina di “green” a qualche merce ma poi continuare a fare le merci e la vita che abbiamo sempre fatto. Nel 2017 il Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron nominò un governo il cui vice-primo Ministro (secretaire d’Etat) fu Nicolas Hulot, la figura più autorevole della social-ecologia politica in Francia, il “Piero Angela verde” che ogni francese conosce e stima. Il suo primo atto fu di dare un nuovo nome all’ex-Ministero dell’ambiente: “Ministero per la transizione ecologica e solidale”. Ho raccomandato ai governi Conte di creare  anche in Italia un “Ministero per la transizione ecologica e solidale”. E’ questa la grande sfida del secolo sulla quale le generazioni future ci giudicheranno: realizzare una profonda transizione ecologica e solidale. Da almeno cinquant’anni  l’ecologia politica dice che l’ingiustizia sociale e il degrado ecologico sono due facce della stessa medaglia e possono essere affrontati solo insieme, con un approccio social-ecologico. Anche Papa Francesco lo ha affermato con forza nella enciclica Laudato si’. In una economia di mercato la via maestra per questa transizione è una riforma fiscale social-ecologica (RFSE) di portata storica, che richiederà un decennio, ma che va varata quest’anno. Occorrono dei veri “Stati generali” social-ecologici per avviare la transizione, aperti ai cittadini e a tutte le organizzazioni, com’è ad esempio la Convention citoyenne pour le climat che si è conclusa in Francia il 20 e 21 giugno, dopo aver lavorato da ottobre 2019. La riforma fiscale social-ecologica consiste nel tassare meno chi guadagna poco e inquina poco, nel tassare di più chi, al contrario, troppo guadagna e troppo inquina, e, nel redistribuire redditi e patrimoni. La riforma fiscale social-ecologica è descritta in dettaglio nel breve libro Ecological Tax Reform. A Policy Proposal for Sustainable Development di Jochen Jesinghaus e Ernst Ulrich von Weizsäcker, fondatore del Wuppertal Institut e uno dei numi tutelari di Beppe Grillo. Sono 96 pagine, leggibili e scaricabili gratuitamente. Ecological Tax Reform uscì nel 1992 (!) in occasione del Summit della Terra dell’ ONU. Nel successivo quarto di secolo e abbiamo raddoppiato la nostra devastazione della natura, ma molti dicono che “ancora non è il momento” per una riforma fiscale social-ecologica.

S. G. Quel che rimane dello stato sociale europeo, è riuscito comunque a fare la differenza?

M. M. In Europa la risposta del nostro stato sociale alla pandemia da virus COVID-19 è un prezioso paracadute (seppure con stracciature) Sul podio mondiale delle peggiori risposte al COVID-19 ci sono gli USA, il Regno Unito, il Brasile e (in modo molto diverso e minore) la Lombardia. Si tratta di quattro comunità che da decenni sono minate (ognuna diversamente) dalla messa in pratica dell’ideologia neoliberista. In diversi Paesi la crisi sanitaria per ora si attenua, ma quella economica si aggrava e sarà probabilmente peggiore di quanto apprendiamo ora dai media. Chi dice “l’economia deve ricominciare a correre” non si rende conto che tornare a perseguire la crescita economica cieca non è un’opzione in un tempo in cui la crisi climatica ed ecologica e le ingiustizie sociali fanno e faranno nel mondo molte più vittime dell’attuale pandemia.

S. G. Perché quegli anni lontani dovrebbero tracciare ora la via del futuro?

M. M. Mi spiego: nei Trenta gloriosi le politiche europee di fatto social-democratiche (comprese quelle cristiano-democratiche e social-liberali) crearono i presupposti per una vita degna per tutti: sanità, istruzione, pensioni, diritto al lavoro, edilizia popolare, minore sperequazione dei redditi e dei patrimoni, radio e televisione pubbliche senza pubblicità. Nei Trenta gloriosi si realizzarono in Europa molti di quei progressi sociali che diversi filosofi preconizzarono per millenni. Ma dalla crisi del virus, dalla prova più dura, ora fanno capolino novità interessanti, finalmente in contro-tendenza: il fondo della Commissione europea di centinaia di  miliardi di euro (“Recovery fund/Next generation EU”, maggio 2020) è un piccolissimo passo nella direzione giusta. Il mondo sarebbe un posto migliore se avessimo iniziato una rivoluzione social-ecologica mezzo secolo fa, nel 1972, quando avevamo già tutte le ragioni per farla, come ci dissero la Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano (1972, UNCHE, Stoccolma) e il libro del Club of Rome The limits to growth ( 1972, scaricabile in inglese), tradotto in Italia con il titolo fuorviante I limiti dello sviluppo(1972).

S. G. Nello specifico dei servizi alla persona, Sanità innanzitutto, quale fu il concetto-guida nei Trenta gloriosi?

M. M. In quasi tutte le culture e le sapienze, l’uguaglianza dei diritti e delle opportunità è uno dei valori più importanti. Oggi solo il neoliberismo osa ribaltare questa scala di valori. La vita del povero vale quanto quella del ricco. Dunque al povero e al ricco occorre garantire gli stessi diritti alla cura e alla salute.

S. G. Molto impegnativo, però. Da decenni dicono che “troppo stato sociale” non ce lo possiamo più permettere. E adesso abbiamo anche una montagna di debiti…

M. M. Il volume della spesa pubblica sociale dipende da come distribuiamo le ricchezze. Oggi due cose sono anacronistiche in Italia e nel mondo: la povertà e l’opulenza. Questo mondo non è mai stato così ricco. La povertà poteva essere estirpata da decenni. Da decenni abbiamo più del necessario per far vivere con dignità e benessere l’intero genere umano. Invece più di metà degli esseri umani sono malnutriti. O si mangia troppo poco o si mangia troppo e male. E non è certo quale delle due patologie faccia più morti. Negli USA un bambino su cinque è sottoalimentato, mentre metà dei suoi coetanei sono patologicamente sovrappeso, rovinati dalla pubblicità e dal cibo malsano delle grandi corporation. Un miliardo di persone è affamato. Un altro è obeso. Come dice il sindaco di New York, De Blasio, occorre prendere ai ricchi per dare ai poveri.

S. G. A proposito dei Trenta vergognosi, come li definisci tu, vorrei ricordarti due aneddoti celebri, di una forza dirompente: Margaret Thatcher, appena eletta premier inglese, proprio nel 1975, ascolta la annuale relazione del centro studi economici del suo partito, il partito conservatore britannico. A un certo punto si alza, si avvicina al banco, interrompe l’oratore che – per quanto conservatore – le risulta troppo moderato. Prende la borsetta, ne estrae il saggio dell’economista Friedrich von Hayek titolato La società libera (The Constitution of Liberty), alza il braccio, lo mostra alla platea, poi sbatte forte il libro sulla scrivania e grida: “Questo è quello in cui crediamo! This, is what we believe!”. Sei anni dopo, nel 1981, gli Stati Uniti ascoltano il discorso di investitura del presidente Ronald Reagan chiamato a governare gli americani e, volenti o nolenti, un’altra buona metà dei terrestri. Frase centrale del discorso: “Il governo non è la soluzione del nostro problema. Il governo è il problema!” Bisogna ammettere che i neo-liberisti seppero farsi notare, seppero imporre la loro visione economico-sociale in modo diffuso e interclassista e… ce l’hanno fatta. Come ben sai, c’è una gran parte del mondo che ancora crede in quel messaggio. E lo vota…

M. M. L’economista Friedrich von Hayek (1989-1982) e la donna politica Margaret Thatcher (1925-2013) furono il padre e la madre  del neoliberismo in Europa. Il primo formulò l’ideologia, la seconda la mise in pratica. I discepoli di Hayek lo citano come apostolo della libertà. Ma non rivelano che egli fu mentore del dittatore cileno Augusto Pinochet e ne ispirò la riforma economica radicalmente liberista. Hayek fustigò l’intervento economico dello Stato, dicendo che le politiche “sociali” porterebbero alla dittatura e ci renderebbero schiavi. Intitolò un suo libro La via della schiavitù” (The Road to Serfdom). In Cile però difese gli schiavisti, non gli schiavi. “Personalmente preferisco un dittatore liberale a un governo democratico privo di liberalismo”, disse Hayek. Era questo il concetto di libertà del padre del neoliberismo. Margaret Thatcher è ricordata per le sue radicali riforme liberiste. Ma di lei non si menziona la guerra coloniale contro l’Argentina per mantenere le Isole Malvine/Falkland, occupate dal 1840 militarmente dalla Gran Bretagna. Specialmente non si cita l’attacco con il quale, su ordine di Margaret Thatcher, il sommergibile britannico Conqueror affondò l’incrociatore argentino General Belgrano  causando la morte di 323 marinai. Molti in Argentina lo considerarono un crimine di guerra, privo di necessità militari. Cito questi fatti, perché essi testimoniano che le gesta del padre e della madre del neoliberismo non esclusero la ferocia quando si trattò di affermare con la violenza i loro interessi. Sì, i liberisti ce l’hanno fatta. In alcuni paesi in modo tragico. In altri in modo ridicolo. Da noi, per esempio, Berlusconi fu il sintomo, non la causa, dell’ideologia liberista. Ricordi? “Il Presidente” si fece ritrarre sulla copertina del suo settimanale Panorama, con sorriso smagliante sopra il titolo: La mia Italia senza tasse. “Senza tasse”. Hai capito?

S. G. Capito. L’unica tassa buona è la tassa morta. Il politico per bene è quello che “non mette le mani nelle tasche degli italiani”.

M. M. Lo slogan “mettere le mani nelle tasche degli Italiani“ fu concepito dal marketing di Publitalia ’80,  la macchina da guerra che permise all’incarnazione del consumismo di conquistare parlamento, governo e  milioni di Italiani. Publitalia ’80 sarebbe un buon titolo per la saga sui Trenta vergognosi in Italia. “Mettere le mani nelle tasche degli Italiani” fa percepire lo Stato come borseggiatore. La socialdemocrazia  italiana e disgraziatamente anche il Movimento 5 Stelle sono stati tramortiti dall’impatto di quel tipo di campagne politico-promozionali e non osano più neanche nominare “le tasse”. Se non per giurare “non alzeremo le tasse”. Tanto meno essi osano perorare la redistribuzione della ricchezza, che è il motivo per cui la sinistra nacque. E’ questo il tunnel dal quale dobbiamo uscire. Il momento propizio è adesso.

S. G. Non sarà facile. “Meno tasse per tutti” è entrato in circolo anche agli asintomatici.

M. M. Berlusconi disse in tv che evadere “le tasse” (in verità le imposte) è comprensibile se esse prelevano più di un terzo del reddito. Nel 2001 promise un’aliquota massima del 33% dell’imposta sul reddito. Con la tassa piatta (flat tax) il governo M5S-Lega promise nel 2019 addirittura un’imposta massima del 15% sul reddito. Si è riusciti così a far passare la contribuzione fiscale come una rapina, mentre in verità essa è il prezzo dello Stato e della stato sociale, di cui beneficiamo tutti. Come diceva un grande giurista statunitense: “Mi piace pagare le tasse. E’ con esse che compro la civiltà”

S. G. Ricorderai il putiferio che si scatenò in Italia quando Tommaso Padoa Schioppa, ministro dell’economia nel 2007, affermò in tv che “Le tasse sono una cosa bellissima”. I ricchi di oggi vedono nel Fisco solo il braccio armato di uno Stato inutile e dannoso, per lo più…

M. M. Anche i più ricchi beneficiano direttamente e indirettamente dello stato sociale. Ma molti di loro fingono di non saperlo. Eppure nelle grandi crisi economiche, molti “capitani coraggiosi” di aziende grandi e piccole si mettono in fila col cappello in mano davanti ai portoni dello Stato che denigrano. In una crisi sanitaria e socio-economica come l’attuale lo stato sociale tiene in piedi non solo le persone, ma anche i presupposti per una ripresa economica – compresi quelli per il profitto dei più ricchi. E’ grazie allo Stato e allo stato sociale che non abbiamo milioni di disperati in fila davanti alle mense dei poveri e milioni di bambini denutriti o malnutriti come in USA.

S. G. In sostanza ci stai richiamando a quella solidarietà economico-sociale che la Costituzione italiana inserì, come dovere inderogabile, nell’articolo 2. Ricordiamolo: La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

M. M. L’articolo 2 della Costituzione va letto anche in senso inverso: condividere la ricchezza è un dovere sociale. E’ lì la legittimazione morale di chi accumula ricchezza. Secondo l’ideologia dominante, invece, c’è uno Stato vampiro che rapina la ricchezza dei cittadini. Lo Stato commetterebbe così un sopruso stupido – dicono – visto che più i ricchi sono ricchi e più le eccedenti gocce di ricchezza colerebbero sui meno ricchi. E’ la teoria del “gocciolamento in giù” (trickle down) cara ai liberisti. Essa ha in parte funzionato nei Trenta gloriosi, ma non funziona quasi più dai Trenta vergognosi in poi. In pochi decenni negli USA e in Europa i più ricchi sono diventati ancora più ricchi, mentre sulla classe media e sui più poveri non “gocciola” più quasi niente. Thomas Piketty scrive che durante i Trenta gloriosi negli USA l’1% più ricco possedeva il 20% della ricchezza privata del Paese. Dopo i Trenta vergognosi, invece, ne possiede il 40% (2010).

S. G. Secondo Oxfam (2020) nel mondo l’1% più benestante possiede il 60% della ricchezza. In Italia ne possiede il 70%.

M. M. E’ per far fronte a queste disuguaglianze che occorre redistribuire la ricchezza. Di opulenza non ce ne è mai stata tanta. Possiamo misurare la ricchezza malamente in dollari o, più sensatamente, in tonnellate, in chilowattora, in tecnica che combina tonnellate e chilowattora per creare utilità, in salute e longevità, in informazione, conoscenza, cultura, in integrità ecologica. Il meccanismo di distribuzione della ricchezza però è stato scientemente manomesso. L’economista francese Thomas Piketty lo documenta nei libri “Il capitale nel XXI secolo” (2013) e ancora meglio in Capitale e ideologia (2020): “Da alcuni decenni – scrive – il rendimento medio del capitale è superiore al tasso medio di crescita dell’economia. Ciò implica che i detentori di capitale si arricchiscono più velocemente del resto della popolazione.” Solo una fiscalità giusta – dice Piketty, e io con lui – può compensare questo squilibrio.

S. G. Permettimi però di annotare che pure gli anni settanta del XX secolo non erano il paradiso in terra. Anche quelli furono attraversati da gigantesche ingiustizie, violenze, guerre e miserie: i trenta gloriosi si infilarono nella guerra del Kippur e nella crisi del petrolio…

M. M.

Noi europei abbiamo messo il mondo a ferro e fuoco per secoli. E non abbiamo ancora smesso. Pensiamo all’Irak, all’Afganistan, alla Libia. Una parte del nostro benessere viene dallo sfruttamento di interi popoli. Certo, anche durante i Trenta gloriosi sfruttammo le colonie e fummo responsabili di crimini e violenze. Ma ciò non toglie che l’invenzione dello stato sociale è un evento unico nella storia e avvenne proprio qui in Europa. Esso cominciò con le  leggi di previdenza sociale del cancelliere tedesco Otto von Bismark alla fine dell’800 e si sviluppò pienamente proprio nei decenni a cavallo della seconda guerra mondiale.  Per esempio, io ho la fortuna di vivere a Zurigo e a Vienna, due città governate dalla sinistra da quasi un secolo. Da anni esse si contendono il primo e il secondo posto nelle classifiche mondiali della qualità della vita. A Vienna e Zurigo, per esempio, una persona su tre vive in abitazioni senza scopo di lucro, a basso affitto, comunali o cooperative. A Vienna, nel 1930 il Comune costruì il Karl-Marx-Hof il più lungo edificio abitativo del mondo. Un chilometro e mezzo. La sua architettura e il livello di comfort, igiene e amenità erano pionieristici, rispetto alle abitazioni dei lavoratori degli anni ‘20. E’ il fiore all’occhiello di 90 anni di “Vienna rossa”. La scritta Karl-Marx-Hof campeggia in grandi caratteri sulla sua facciata. Nella mia percezione il Karl-Marx-Hof e l’edificio sontuoso dell’Opera di Vienna (1869) sono i simboli viennesi di due classi sociali che si arrangiarono – non senza conflitti e iniquità – per il bene comune. Anche oggi permangono e si aggravano in Europa profonde ingiustizie e si persegue una crescita economica ecologicamente e socialmente cieca. Siamo lontanissimi da una società sostenibile. Ma nel resto del mondo quasi ovunque la situazione è molto peggiore. Durante i Trenta gloriosi gli europei più benestanti erano molto meno abbienti di quelli di oggi. Eppure pagavano imposte proporzionalmente più alte e più progressive di quelle di oggi, come documenta Thomas Piketty. Erano imposte sul reddito, sulle società, sul patrimonio, sulle successioni. Per decenni il PIL crebbe in Europa con percentuali “cinesi”. Si creò molta ricchezza in cima alla piramide sociale, ma una parte di questa fu redistribuita. Per “far ripartire” l’Europa dopo la guerra, i borghesi rinunciarono a un po’ della loro ricchezza e i ceti popolari tollerarono la residua sperequazione di classe perché, anche se gli stipendi erano bassi, i benefici dello stato sociale e, in parte, del boom economico, continuarono a crescere fino a metà degli anni ‘70. Una relativa pace sociale era assicurata dalla crescita di un benessere materiale relativamente diffuso e e dal progressivo aumento della protezione sociale. Ora, invece, la sedazione della classi subalterne si ottiene con la televisione commerciale e con internet commerciale. La formula è: biscotti e circenses. Con i mattoni rimossi dal fabbricato dello stato sociale si è edificato il Mulino bianco.

S. G. Cito di nuovo la nostra carta Costituzionale, perché anche il principio della progressività del prelievo fiscale c’è: articolo 53. E’ fra i pilastri dello Stato fin dal 1948.

M. M. Sì, ma dopo gli anni settanta la progressività è stata attenuata e la distanza tra poveri e ricchi è aumentata. Nel 2018 in Italia la disuguaglianza di reddito fu la più alta in Europa (Indice di Gini: 33,4 ). A farne le spese sono stati i più poveri, la classe media, e tutti i lavoratori che hanno fatto il loro dovere di contribuenti ma che vedono per i figli un avvenire peggiore di quello che vedevano loro da giovani.

S. G. Vediamo alcuni numeri… In effetti la tassazione IRPEF aveva nel 1973 aliquote marginali tra il 10% e il 72%. Oggi abbiamo un’esenzione fino a circa 8000 euro annui, e aliquote progressive tra il 23% e il 43%.

M. M. Thomas Piketty documenta che nel Regno Unito, negli Usa e in altri Paesi, aliquote marginali tra il 70 e il 90% sono state la norma fino alla fine degli anni ’70, hanno permesso di finanziare lo Stato sociale e si sono accompagnate con i più alti tassi di crescita economica mai conosciuti. Mentre in Italia né la sinistra né i 5 Stelle hanno il coraggio di alzare le imposte ai più abbienti, in USA sono proprio alcuni tra i più ricchi a volersi autotassare. E’ il mondo al contrario. “Ma vi pare giusto che io paghi meno tasse della mia segretaria?” domanda Warren Buffet. Nel 2019 Buffett e Bill Gates, due degli uomini più abbienti del pianeta, hanno lanciato un appello per alzare le tasse ai ricchi come loro, perché, dicono, “i ricchi sono sicuramente sottotassati rispetto al resto della popolazione”. In USA lo dicono i miliardari. In Italia i due “governi del popolo” guidati dal M5S  non hanno avuto e non hanno il coraggio di dirlo e tantomeno di farlo. Ti sembra normale?

S. G. Ora che a causa della pandemia le prospettive di crescita economica in alcuni dei maggiori modelli neoliberisti – come USA e UK – crollano, che succederà al neoliberismo che proprio di promesse di crescita vive?

M. M. Ora anche molti liberisti guardano allo stato sociale come a un paracadute. Ma lo stato sociale non è un paracadute per l’emergenza. E’ piuttosto il Jumbo sul quale vola il benessere di noi tutti. Una recente dichiarazione del primo ministro britannico Boris Johnson è un segno dei tempi: “Noi vinceremo, perché il Servizio Sanitario Nazionale NHS è il cuore battente di questo paese. È il meglio del nostro paese. E’ invincibile. Perché è mosso dall’amore.” Ma come, proprio il pronipote politico di Margaret Thatcher, ora parla come Padre Pio?

S. G. Ma perché dai tanta importanza alle parole?

M. M. Vedi, i Trenta vergognosi – lasciami chiamarli così – corrosero il patrimonio dei Trenta gloriosi anche manipolando le parole. Per esempio, la parola tasse è stata impropriamente inculcata nel lessico nazionale con un accento spregiativo. Ma la parola tassa nella Costituzione non c’è. Ci sono invece i tributi, tra i quali sono le imposte a raccogliere quasi tutto il prelievo (IVA, IRPEF, IRES, IRAP e altre). Le tasse, per esempio la tassa sui rifiuti TARI, sono una piccola parte del gettito fiscale.

S. G. Dici bene, ma scommetto che se questa intervista la leggerà uno di destra, penserà comunque: ecco la solita sinistra che vuole alzare le tasse…

M. M. Il ritornello “abbassare le tasse!“ fa pensare a un tagliaerba. Come se tutti avessero lo stesso reddito e pagassero la stessa quantità di imposte. La frase non ha senso se non si specifica a chi si vogliono abbassare e a chi si vogliono alzare i tributi. Come dice Piketty: occorre “un prelievo fiscale giusto”. Questo consiste nell’abbassare i tributi agli uni e nell’alzarli agli altri. Tuttavia, con giochi di parole e con il dominio dei media si è riusciti a creare repulsione per “le tasse” anche tra i meno abbienti, che invece sarebbero i maggiori beneficiari di uno spostamento del prelievo fiscale verso le spalle dei più benestanti. La classe media, specialmente quella che paga le tasse, è martoriata da decenni. Continuerà ad esserlo se non capirà che può rialzarsi solo insieme alla  classi polari. Non insieme ai ricchi tra i ricchi, che essa non raggiungerà mai. Il maggior prelievo fiscale dal terzo più benestante della popolazione compenserà i due terzi meno benestanti, i quali negli ultimi decenni hanno visto aumentare il loro carico fiscale mentre perdevano potere d’acquisto. Decenni di lavaggio del cervello pubblicitario, però, hanno convinto molti “vorrei-ma-non-posso” che la promozione sociale si ottiene non con riduzione del tempo di lavoro, scuola, cultura, convivialità, gioco, ma facendo gli straordinari per comprare a rate il SUV usato.

S. G. In Italia, da sinistra, si propone una patrimoniale d’emergenza per le esigenze del post-lockdown…

M. M.Proprio nell’attuale emergenza, dovrebbe essere più facile ottenere il consenso della maggioranza della popolazione per aumentare il prelievo tributario alla minoranza più abbiente. Ovviamente, ciò dovrebbe avvenire in modo fiscalmente progressivo e con alte soglie di esenzione. Ci accorgeremmo così che i due terzi meno benestanti starebbero meglio, senza che i più abbienti stiano peggio. Per esempio, quanto cambierebbe la qualità della vita di una persona che guadagna un milione di euro al mese, se avesse a disposizione solo mezzo milione al mese? Ma quanto cambia la vita di chi guadagna mille euro al mese, se di colpo dispone solo di cinquecento euro al mese, come sta accadendo a milioni di persone? Traiamo le conseguenze da quello che oggi la pandemia ci mette sotto gli occhi! Avviamo una profonda riforma fiscale social-ecologica. E’ su questa svolta di civiltà che dovremmo fare degli “Stati generali”. E’ questa riforma fiscale la strada per realizzare tra il 2020 e il 2050 quella transizione ecologica che urge. Saranno allora all’orizzonte gli anni del nuovo benessere per tutti, del miracolo economico-ecologico, dell’economia sociale ed ecologica di mercato. Saranno i Nuovi Trenta gloriosi.

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